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La base idrovolanti di Porto Corsini PDF Stampa E-mail

Articolo apparso sulla rivista "La Pié" n.5 settembre-ottobre 2009

 

01-scharfschutze

                      Scharfchutze in azione nel canale di Porto Corsini (disegno austriaco di Willy Stower)

 

 

Salvat Ubi Lucet


Una base di idrovolanti a Porto Corsini nella grande guerra


Mauro Antonellini


Nella prima settimana di ottobre dello scorso 2008 l’Amerigo Vespucci, la nave scuola della nostra Marina Militare, è venuta in visita a Marina di Ravenna ed è stata ormeggiata sulla riva destra del canale Corsini. Durante la settimana della sua permanenza è stata visitata da migliaia di persone; un grande spettacolo di folla che ha fatto scoprire in molti visitatori la consapevolezza che parte delle radici culturali di noi romagnoli sono legate al mare e alla marineria.

I visitatori che sono saliti sulla Vespucci avranno senz’altro visto dalla parte opposta del canale, esattamente di fronte a loro, un grande magazzino su cui campeggia una stella bianca ed una scritta in latino “Salvat ubi lucet”. Questo motto che significa “la salvezza è dove splende”, in riferimento alla stella che lo sovrasta, ci porta indietro nel tempo per più di novant’anni, esattamente alla Grande Guerra che proprio qui ebbe le sue prime battute.

Nel primo decennio del secolo scorso questo luogo portava il nome di Porto Corsini, ora invece questo toponimo è attribuito all’abitato situato dalla parte sinistra del canale, verso Marina Romea. Porto Corsini allora era caratterizzata da vaste pinete che l’avvolgevano ai lati, e da paludi chiamate piallasse che la separavano da Ravenna. Il collegamento con la città e la sua stazione era il canale Candiano, lungo circa 12 chilometri, fiancheggiato da una strada chiamata via d’Alaggio. Esisteva inoltre una ferrovia a scartamento ridotto che collegava la stazione di Ravenna alle banchine del porto lungo il canale. Porto Corsini, era dotata di un grande faro, di un semaforo ad uso marittimo e di una stazione telegrafica. Già nel 1906 la Regia Marina aveva predisposto, alla confluenza dei canali Candiano e Baiona una stazione torpediniere per l’appoggio a siluranti e sommergibili e vi aveva dislocato una squadriglia di aviazione dotata di quattro idrovolanti tipo Borel e costituita dai piloti Enrico Mendozza, Ugo de Rossi del Lion Nero e dal tenente di vascello Marco Vivaldi Pasqua, in qualità di comandante.

Quando scoppiò la guerra, nell’agosto del 1914, che coinvolse gli Imperi Centrali, Germania e Austria-Ungheria da una parte e le nazioni dell’Intesa, Francia Inghilterra e Russia, dall’altra, l’Italia rimase neutrale e si preparò all’entrata in guerra, contro l’Impero austro-ungarico per espandere il proprio territorio oltre il confine, fino a Trieste. Alla vigilia dell’entrata in guerra l’Italia aveva disponibili le sole basi navali di Venezia e Brindisi, mentre il grosso delle navi da battaglia era a Taranto. Da Venezia a Brindisi vi erano 380 miglia di litorale indifeso. Invece sulla costa opposta, protetta dalla frastagliata configurazione naturale, l’Impero austro-ungarico disponeva di sette basi: Trieste, Pola, Fiume, Lussino, Sebenico, Spalato e Cattaro. Per questo motivo la difesa di Porto Corsini fu potenziata con la messa in opera di batterie costiere, di un nuovo hangar per ospitare una squadriglia di idrovolanti e fu dragato il canale per migliorane la navigabilità in modo da accogliere navi e sommergibili di maggiore dislocamento. Responsabile della Difesa di Porto Corsini era il capitano di corvetta Alfredo Dentice di Frasso che aveva predisposto un piano di difesa da prevedibili incursioni navali e aeree. A sua disposizione aveva una batteria di quattro cannoni da 120 mm posta sul litorale e quattro cannoni da 57 mm sistemati all’entrata del porto. In quei giorni per migliorare la difesa si decise di installare anche due moderni cannoni da 76 mm, ma durante i lavori di sistemazione delle piazzole i cannoni da 57 furono spostati e non poterono più tenere sotto tiro il canale.


     03 - borel allammaraggio

     Un idrovolante Borel all'ammaraggio

 

    

     La basilica di Sant'Apollinare Nuovo danneggiata

     dall'incursione del 12 febbraio 1916

     

                                    06-s.apollinare nuovo

 

L’ammiraglio Anton Haus, comandante della Marina austro-ungarica, in previsione dell’entrata in guerra dell’Italia aveva predisposto un piano di guerra. Egli riteneva che un attacco su larga scala contro tutta la costa adriatica e le sue città, oltre a rendere inservibile la linea ferroviaria che alimentava i rifornimenti all’esercito schierato sul confine orientale, avrebbe anche impressionato l’opinione pubblica italiana con gravi ripercussioni sul morale della popolazione. L’attacco avrebbe potuto ottenere il massimo successo solo se si fosse attuato di sorpresa.

La notizia della rottura delle relazioni diplomatiche con l’Italia giunse a Pola alle ore 16 del 23 maggio e venne salutata con gioia dagli equipaggi della Kriegsmarine. All’alba del 24 maggio la flotta austriaca al completo sferrò un attacco su tutta la costa adriatica da Venezia a Brindisi.

Nel complesso delle operazioni della Marina austriaca rientrava anche l’attacco a Porto Corsini. Alle 3,20 del mattino del 24 maggio 1915, primo giorno di guerra, le vedette addette ai cannoni avvistarono alcune sagome di navi e, poiché la Difesa di Porto Corsini non aveva ancora ricevuto la comunicazione dell’inizio delle ostilità, fu mandato a verificarne la nazionalità il marinaio Giacomo Conti. Egli vedendo che nel frattempo una nave stava entrando in porto le si fece incontro chiedendo all’equipaggio chi fossero. Come risposta ottenne una raffica di mitraglia che lo gettò a terra gravemente colpito. Si trattava del cacciatorpediniere Scharfschütze che faceva parte della squadra navale formata da quattro torpediniere e dall’incrociatore Novara, al comando del capitano di vascello Miklos Horthy. Costui abile ufficiale, sarebbe diventato in seguito comandante in capo della flotta austro-ungarica, e nel dopoguerra Reggente d’Ungheria fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Subito si scatenò una sparatoria generale, lo Scharfschütze prese a cannoneggiare indisturbato tutto quanto gli era a tiro, sparò sul faro, sulle installazioni militari, sui magazzini e cercò di colpire alle spalle la batteria dei cannoni da 120 mm. Fortunatamente per gli Italiani nel porto non vi era alcun natante quindi i tiri dello Scharfschütze non recarono gravi danni. Nel frattempo le batterie da 120 mm iniziarono un duello di artiglieria col Novara che cercava, insieme alle torpediniere, di distogliere le batterie italiane dal concentrare il fuoco sullo Scharfschütze che stava uscendo dal canale. Alcuni colpi raggiunsero il Novara ed un altro centrò la torpediniera Tb 80 causando un squarcio di notevoli dimensioni nella fiancata, poco sopra la linea di galleggiamento. Gli Austriaci lamentarono l’uccisione del tenente di vascello Emil Persich von Kostenheim e di quattro marinai. Altri undici uomini furono gravemente feriti. Gli Italiani oltre al ferimento di Giacomo Conti e di quattro soldati della compagnia costiera, lamentarono la perdita di Natale Zen, operaio della direzione di artiglieria dell’arsenale di Venezia. Le difese di Dentice di Frasso avrebbero potuto essere più efficaci se i cannoni da 57 mm non fossero rimasti inattivi a causa della dislocazione dietro il terrapieno, posizione che non permise loro di battere lo Scharfschütze quando era ancora nel canale. Per questo motivo fu inviata una commissione d’inchiesta che constatò la parziale impreparazione della difesa, giustificata però dal fatto di non avere avuto in tempo la notizia dell’entrata in guerra dell’Italia.

Nei primi mesi di guerra la squadriglia idrovolanti di Porto Corsini effettuò quotidiane ricognizioni alla ricerca di sommergibili avversari. L’inizio del 1916 fu segnato dall’aggressività dell’aviazione navale austro-ungarica che, sempre accompagnata da siluranti, svolgeva azioni di bombardamento strategico. Gli obiettivi furono la stazione ferroviaria, la fabbrica di zolfo situata nei pressi della darsena di Ravenna e lo zuccherificio di Classe. Ravenna venne sottoposta a due importanti incursioni: la prima il 12 febbraio 1916 venne effettuata da sei idrovolanti che colpirono obiettivi industriali, civili quali il ricovero Garibaldi Zarrabini, l’ospedale civile e sganciarono alcune bombe incendiarie. Fu inoltre colpita la basilica di Sant’Apollinare Nuovo provocando uno squarcio sulla parte sinistra della facciata senza danneggiare fortunatamente i preziosi mosaici bizantini. Questo fatto suscitò la deplorazione nell’opinione pubblica e il ravennate Corrado Ricci, direttore generale delle Antichità e Belle Arti, polemicamente dichiarò: “... eppure si è osato chiamare barbaro (facendo riferimento a Teodorico) colui che la fece edificare”. Al termine dell’incursione si contarono 15 morti e vari feriti. La seconda incursione del 3 maggio fu effettuata da nove idrovolanti appoggiati da una squadra di dieci navi. La squadra navale austriaca fu intercettata da forze italiane che la fecero desistere dal bombardamento della costa, mentre gli aerei attaccanti giunsero indisturbati su Ravenna, dove sganciarono le bombe sugli obiettivi consueti causando due morti e quattro feriti. Nonostante questi attacchi la base di Porto Corsini non fu potenziata, perchè le risorse aeronavali venivano assorbite più a nord, da Venezia e Grado. Per qualche tempo vi rimase perfino un solo aviatore, Domenico Raineri. La svolta più importante si ebbe però nei giorni che seguirono la ritirata di Caporetto. La II squadriglia idrovolanti a Grado dovette abbandonare precipitosamente la propria base che venne occupata dalle forze austro-ungariche avanzanti e si trasferì a Porto Corsini assumendo la nuova denominazione di 263ª squadriglia. La squadriglia comandata dal capitano Ferruccio Capuzzo aveva come simbolo una stella bianca e come motto la frase “Salvat Ubi Lucet” che furono dipinti, come allora era abitudine, con vernice bianca sul frontone degli hangar. Anche gli aeroplani portavano sulle fiancate la stella bianca. Durante la permanenza della squadriglia di Capuzzo a Porto Corsini è da segnalare l’abbattimento di un idrovolante austriaco. Il 21 novembre ’17 il ricognitore K 161 al largo di Magnavacca (oggi Porto Garibaldi) era intento a controllare un campo minato appena posato da navi austriache, quando fu abbattuto dal Macchi M.5 del sergente Umberto Guarnieri, che nel dopoguerra sarebbe divenuto un trasvolatore ed un pilota della coppa Schneider. Fu l’unico abbattimento effettuato a Porto Corsini durante tutta la guerra. Questo fatto fece molto scalpore tra la popolazione tanto che i piloti della base, e Guarnieri in modo particolare, furono ricevuti nel municipio di Ravenna dal sindaco Fortunato Buzzi. I resti dell’aereo furono donati al Comune di Ravenna e purtroppo col passare degli anni andarono dispersi.

Il 28 novembre’17 quattordici siluranti austro-ungariche eseguirono un’incursione sulla costa romagnola cannoneggiando installazioni industriali e ferroviarie. La squadriglia di Porto Corsini fu impiegata intensamente per respingere le navi nemiche con l’utilizzo di bombe e mitragliatrici.

Il 17 luglio ’18, fu effettuato il primo e più grande bombardamento diurno su Pola e la 263ª squadriglia fu impiegata per difendere le unità navali italiane da eventuali attacchi dei sommergibili nemici. Le torpediniere italiane infatti accompagnavano le incursioni dei bombardieri, per indicarne con la loro scia, la rotta e prestare soccorso in caso di ammaraggio forzato. Per il pattugliamento furono utilizzati tutti gli FBA della squadriglia scortati dai caccia Macchi M.5.

 


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15 -salvatubilucet-02

Gli hangar furono gravemente danneggiati durante la

Seconda Guerra Mondiale e ricostruiti in cemento

dopoil conflitto.

La società PIR ebbe cura di riportare la stella e la scritta

Salvat Ubi Lucet on atorilievo di cemento

 

Il comandante Willis B.Haviland a destra e l'Executive

Officer George W.Almour davanti al Macchi M.5 n.31




In seguito all’entrata in guerra degli Stati Uniti gli Americani offrirono ai paesi belligeranti dell’Intesa le loro risorse di uomini e materiali. Per quanto riguarda l’aviazione navale il governo italiano mise a disposizione la scuola di Bolsena per un primo contingente di 50 allievi piloti. La scuola era diretta dal tenente di vascello Mario Calderara, primo pioniere dell’aviazione italiana e istruttore di grande prestigio. Mi sembra interessante aggiungere che Mario Calderara aveva sposato nel 1912 Amalia Gamba Ghiselli, detta Emmy, che apparteneva ad una antica famiglia patrizia di Ravenna. Ella soggiornò a Bolsena e insieme alla madre Maria Gamba fece nascere un clima di amicizia e contribuì ad organizzare feste e rinfreschi per i giovani allievi americani lontani dalle loro case. Il 21 luglio 1918 i primi 24 piloti americani brevettati a Bolsena giunsero a Porto Corsini.

Al capitano Capuzzo fu dato l’ordine di cedere immediatamente il comando della base agli Americani e di sciogliere la squadriglia. Il 24 luglio giunse dalla base francese di Puillac un convoglio ferroviario composto da 331 tra ufficiali e sottufficiali e 260 tonnellate di equipaggiamenti. La base di Porto Corsini divenne ufficialmente la Naval Air Station, la prima ed unica unità della Marina americana operativa in Italia. Fu posta sotto il comando del tenente di vascello Willis B. Haviland, uomo di grande esperienza, proveniente dalla celebre Squadriglia Lafayette, composta da aviatori americani che, prima ancora che l’America entrasse in guerra, si arruolarono volontari per difendere la Francia. I nuovi arrivati erano entusiasti ed impazienti di entrare in azione e di misurarsi col nemico per rafforzare il loro prestigio presso gli alleati. Il 21 agosto 1918 fu effettuata una missione di propaganda col lancio di manifestini sulla città di Pola allo scopo di demoralizzare i militari nemici e nello stesso tempo tenere alto lo spirito della popolazione italiana. La formazione americana giunta sul cielo della città fu attaccata dalla caccia austriaca che dopo un duro scontro riuscì a colpire l’apparecchio dell’americano Ludlow e lo costrinse ad ammarare. Il compagno Hammann scese in acqua al suo fianco col proprio aereo, lo trasse in salvo portandolo a bordo e, con estrema difficoltà, riuscirono a decollare e fare ritorno a Porto Corsini. Per questa azione coraggiosa Hammann fu decorato della Medal of Honor concessagli dal Congresso degli Stati Uniti: la prima decorazione conferita ad un aviatore della U.S. Navy. Dopo pochi mesi, il 4 novembre 1918, venne firmato l’armistizio: la guerra che aveva causato tante vittime e tanti lutti era finalmente finita. L’operato degli Americani fu apprezzato dai colleghi italiani e dalla popolazione di Porto Corsini. Anche la città di Ravenna in vari modi volle dimostrare la propria riconoscenza ai soldati americani; il momento ufficiale si tenne il 28 dicembre al teatro Alighieri dove il sindaco della città, Fortunato Buzzi, e il comandante Haviland si scambiarono reciprocamente ringraziamenti e parole di stima.

Di tutte queste vicende resta soltanto quel motto sulla facciata del magazzino, anche se non si tratta della scritta dell’epoca. Infatti la società PIR, che acquisì il sito dal Demanio marittimo nel primo dopoguerra, modificò in parte le vecchie strutture ma mantenne sul frontone degli edifici la stella ed il motto “Salvat ubi lucet”, per tramandare la memoria di questa storia. Anche oggi, dopo i recenti lavori di ristrutturazione dell’area, la scritta è stata ripristinata.

 

vespucci        salvatubilucet-03

L'Amerigo Vespucci ormeggiata di fronte a luogo in cui 

sorgeva la base idrovolanti nella Grande Guerra

Il motto Salvat Ubi Lucet ripristinato sui nuovi edifici
 

 
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